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TURANDOT – Opera di Pechino – Roma

Febbraio 5 @ 20:30 - Febbraio 10 @ 20:30

TURANDOT
drammaturgia Wu Jiang e Wu Yuejia
regia e scene Marco Plini
musiche originali Luigi Ceccarelli, Alessandro Cipriani e Qiu Xiaobo
regia per l’Opera di Pechino Xu Mengke
aiuto regia Thea Dellavalle
costumi Jiang Dian
luci Tommaso Checcucci
video Orlando Bolognesi
acconciature e trucco         Zheng Weiling

con gli attori della Compagnia Nazionale dell’Opera di Pechino
Xu Mengke – Calaf
Zhang Jiachun – Turandot
Liu Dake – Timur
Wu Tong – Liu
Ma Lei – Wang Ping
Wang Chao – Ping
Nan Zikang – Pong
Wei Pengyu – Pang

musicisti
Vincenzo Core – Chitarra elettrica ed elaborazione elettronica
Zhang Fuqi – Jing Er Hu
Li Lijin – Yue Qin
Meng Lingshen – Jing Hu
Niu Lulu – Da Luo
Laura Mancini – Percussioni
Giacomo Piermatti – Contrabbasso
Cao Rongping – Nao Bo
Chen Shumin – Xiao Luo
Wang Xi – Ban Gu e Da Tang Gu

 

orari spettacolo
prima ore 21.00
martedì e venerdì ore 21.00
mercoledì e sabato ore 19.00
giovedì e domenica ore 17.00
lunedì riposo

 

Produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro Metastasio di Prato e China National Peking Opera Company

Favola, per antonomasia, dell’esotismo orientale, ricca di colpi di scena, agnizioni e promesse ferali, Turandot è divenuta nel tempo (da Gozzi a Puccini) l’emblema del nostro immaginario sulla grande Cina.
Per la prima volta, ora, un regista italiano, proprio rivisitando la novella del principe Calaf e della principessa Turandot, si confronta con la tradizione dell’Opera di Pechino. Lo spettacolo è un sottile gioco di specchi tra due mondi, lontani in apparenza, ma reciprocamente attratti e affascinati l’uno dall’altro, perché entrambi eredi di civiltà antiche, sofisticate e misteriose a un tempo. Da un lato, dunque, la raffinata arte attoriale dell’Opera di Pechino, sublime mescolanza di recitazione, danza e canto, tesa a una continua perfezione del gesto artistico, dall’altra, invece, lo sguardo prospettico d’invenzione tutta italiana, il gusto visionario e la lunga sapienza d’ordire scene illusionistiche, abilità divenuta patrimonio del teatro europeo. Con Turandot prosegue la fortunata esperienza italo-cinese del Faust: si rinnova il vivo confronto tutto teatrale tra Asia ed Europa.

 

Marco Plini
Marco Plini debutta come regista nel 2002 con lo spettacolo Risveglio di Primavera di F. Wedekind al Teatro Stabile di Torino.  Nel 2004 presenta alla Biennale Teatro a Venezia, Purificati di Sarah Kane. Seguono Il lutto si addice a Elettra di Eugène O’Neil (2005) realizzato al Festival del Teatro Romano di Trieste, Turisti e Soldatini di Wole Soyinka e Benvenuti in California di Francesca Angeli realizzato per il Centro Teatrale Bresciano. Dal 2005 alterna l’attività di regia all’insegnamento iniziando a collaborare continuativamente come docente di recitazione per la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano e nei Corsi di Alta Formazione Teatrale organizzati da Emilia Romagna Teatro Fondazione (2006/2007, 2007/2008). Nel 2012 dirige il Cantiere per attori di formazione/produzione che ha come esito lo spettacolo Ifigenia in Aulide da Euripide.
Nel 2011 sempre per Emilia Romagna Teatro Fondazione aveva già realizzato lo spettacolo Freddo di Lars Noren seguirà La Serradi Harold Pinter (2015) in coproduzione con il Teatro Metastasio di Prato. Nel suo percorso artistico continua ad alternare l’interesse per la drammaturgia contemporanea alla rivisitazione dei classici in un’ottica moderna e strettamente collegata al presente e alla riflessione sulla società.
Nel 2015 presenta al Festival Es-Terni la regia dello spettacolo Thyssen, di Carolina Balucani (Teatro Stabile dell’Umbria). In collaborazione con la compagnia MaMiMò di Reggio Emilia ha diretto Himmelweg di Juan Mayorga (2013) e, recentemente, Coriolano da W. Shakespeare (in tournée nella stagione 2017/2018) di cui ha firmato anche l’adattamento.

 

Può sembrare una grande sfida, in un primo momento, scrivere una nuova musica per Turandot. 
In realtà si tratta invece di un lavoro teatrale lontanissimo dall’opera di Puccini che tutti conosciamo. 
Qui siamo in Cina, quella vera, non quella vagheggiata o raccontata, e solo una parte della storia (che risale addirittura al medioevo persiano) ha qualche similitudine. 
 
In questo lavoro il nostro proposito è stato innanzitutto quello di confrontarci, come compositori, con una tradizione secolare come quella dell’opera di Pechino, con i suoi attori e musicisti, con la sua tradizione musicale. Questa musica ha variazioni ritmiche inaspettate in relazione indissolubile con il movimento e con il fraseggio degli attori, e non c’è alcuna relazione con l’opera italiana. 
Ci siamo dunque posti di fronte a questo mondo così organico fra testo, teatro, movimento fisico e musica cinese, creando un secondo strato sonoro, parallelo ma completamente integrato, laddove l’espansione timbrica degli strumenti cinesi e di quelli occidentali ne coglie elementi comuni, come se gli uni avessero davvero bisogno degli altri per evolversi verso lidi nuovi. 
 
In questa “Turandot” viene posto in essere un incontro fra musica elaborata da un’autrice cinese a partire da melodie della tradizione dell’opera di Pechino (per 8 voci, jing hu, er hu, yue qin e percussioni cinesi) e musica originale composta da due autori italiani (per contrabbasso, percussioni, chitarra elettrica ed elaborazione elettronica in tempo reale e differito).
Gli strumentisti italiani e quelli cinesi, suonando insieme, creano una dimensione altra, fatta di scambi e relazioni. 
In un certo senso sia i 3 strumenti italiani, sia i 7 strumenti cinesi rappresentano l’essenza degli organici ben più vasti che si riscontrano nelle performance dell’opera tradizionale cinese: strumenti ad arco, strumenti a corda e strumenti a percussione. Anche per questo la nostra scelta dell’organico italiano si è posata sulle stesse tre tipologie di strumenti tra i più rappresentativi della musica contemporanea europea. Le parti elettroniche sono rielaborazioni di suoni provenienti dagli strumenti stessi, sia cinesi, sia italiani.
In questo senso l’elettronica rappresenta quasi una lente d’ingrandimento con cui ascoltarli in modo diverso e diventare un ponte fra le culture. 
Mediante la tecnologia elettronica gli strumenti e le voci vengono anche posti in uno spazio sonoro multidimensionale, un ambiente che si evolve con la drammaturgia e diventa anch’esso lo spazio acustico del racconto.

Alessandro Cipriani e Luigi Ceccarelli

Dettagli

Inizio:
Febbraio 5 @ 20:30
Fine:
Febbraio 10 @ 20:30

Organizzatori

Hi-QU Store
Emila Romagna Teatro Fondazione

Luogo

teatro argentina
Largo di Torre Argentina, 52
Roma, RM 00186 Italia
+ Google Maps
Telefono:
06 684 00 03 11 / 14
Sito web:
http://www.teatrodiroma.net